UN’INDAGINE che permette di individuare e curare le displasie dell’anca.

Un’ecografia alla nascita val bene una vita senza handicap motori. Sì perché una displasia dell’anca non individuata precocemente mette sull’altro piatto della bilancia un adulto zoppo o che dovrà ricorrere all’inserimento di protesi artificiali dell’anca per poter camminare bene e senza dolore. E, poiché la percentuale di anomalie scheletriche all’anca dei nuovi nati in Italia ed Europa centrale è del 2-4%, l’ecografia alla nascita diventa un’indagine necessaria se si vuole evitare il rischio di avere 2-4 adulti claudicanti ogni cento.

La displasia dell’anca, anche conosciuta come lussazione congenita dell’anca, è uno sviluppo anomalo dell’articolazione dell’anca che porta gradualmente la testa del femore a dislocarsi dalla cavità acetabolare. In pratica, per motivi che secondo le ricerche dell’americano Ruth Wynne-Davies sono in parte di carattere ereditario e in parte ambientale, la testa del femore “slitta” sull’anca durante il periodo fetale con conseguenze che, se non vengono corrette dopo la nascita, portano alla disabilità.

Ma bisogna fare presto. Uno studio condotto presso l’Università Vita e Salute di Milano da Maurizio De Pellegrin, responsabile di Ortopedia e Traumatologia infantile dell’ospedale San Raffaele, ha messo in evidenza l’importanza di eseguire l’ecografia di controllo e di intervenire entro le prime due settimane di vita (e comunque mai oltre il mese e mezzo) se si vuole garantire al piccolo la migliore possibilità di guarigione.

“Sottoporre i neonati all’ecografia è indispensabile – dice Ambrogina Pirola, pediatra della Pediatria di gruppo Monza Brianza -. La sola manovra di Ortolani o di Barlow, eseguita dal pediatra, non è sufficiente per escludere una scorretta posizione della testa del femore. Le conseguenze di un errore? Gravissime: una displasia non curata può portare ad avere un arto più corto dell’altro, una zoppia o un’artrosi molto dolorosa da adulti, fino ad arrivare alla necessità di sostituire la parte malata con una protesi”.

“Tutte le anche, comprese quelle fortemente alterate – afferma il dottor De Pellegrin -, se trattate precocemente hanno lo stesso potenziale di maturazione delle anche sane. Una potenzialità che viene persa se si rimanda la terapia di alcune settimane. Lo abbiamo verificato analizzando retrospettivamente l’evoluzione acetabolare delle anche displasiche trattate subito dopo la nascita (108 casi) di 72 bambini (66 femmine e 6 maschi) valutati dal nostro Centro di riferimento per la displasia dell’anca nell’arco di un quinquennio”.

In particolare, dallo studio è emerso che il neonato ha la massima potenzialità di recupero di una conformazione acetabolare normale nei primi 14 giorni vita, periodo nel quale la velocità del processo di maturazione è elevatissima. Nelle quattro settimane successive questa velocità si riduce progressivamente, diventando significativamente più modesta dopo la sesta settimana.

Nei casi più comuni, la cura non è complicata e dà ottimi risultati. Per correggere la displasia dell’anca di un neonato, generalmente, si impiega un divaricatore. Il divaricatore, spiega il dottor De Pellegrin, è una sorta di piccola imbragatura, simile a quelle per andare in montagna, con due supporti per le cosce che tengono le gambe del bimbo leggermente distanziate. Questo strumento serve per ripristinare la giusta posizione della testa del femore nell’acetabolo e garantire lo sviluppo corretto dell’articolazione. A seconda dei casi e della gravità della displasia, il divaricatore va indossato giorno e notte per 3-4 mesi, togliendolo solo durante il bagnetto e il cambio del pannolino. Un piccolo sacrificio se paragonato al benessere che può offrire per tutta una vita.

Maurizio Maria Fossati